Lezione 2 di 6
A proposito delle espressioni del nostro volto..
Come afferma Carl Lightman, protagonista della serie tv ‘Lie to me’.. la verità è scritta sul nostro volto’

Durante ogni nostra conversazione, non possiamo non notare (anche se il più delle volte ciò avviene a livello inconscio) le espressioni del nostro interlocutore.. ed ovviamente attribuire loro un significato in relazione alle nostre parole..
Quando egli cambierà espressione.. coglieremo in essa un segnale dell’emozione che sta provando in quel dato momento.

Analogamente anche noi stessi modifichiamo l’espressione del nostro volto in relazione alle emozioni che stiamo provando.
Nella maggior parte dei casi la nostra espressione appare come diretta conseguenza delle nostre emozioni.. anche se è bene tener presente che l’uomo è in grado di agire sulle proprie espressioni per modificarle volontariamente. Basta pensare, ad esempio, a tutte le volte in cui si è ricevuto un regalo poco gradito. Convenzionalmente, è considerato un atto di maleducazione dimostrarsi scontenti di fronte ad un regalo, quindi chi lo riceve è ‘costretto’ a fingere gioia ed a mostrare un’espressione del volto congruente.

La variabilità delle espressioni del volto è resa possibile dalla presenza di muscoli chiamati pellicciai, posizionati esattamente sotto la pelle che ricopre il nostro volto. Essi sono presenti in un numero superiore al centinaio, ed il loro compito è proprio quello di reagire ai differenti stimoli emotivi, facendo si che il nostro volto incarni vere e proprie ‘maschere espressive’.

Eppure il nostro volto, nella maggior parte dei casi, non ‘racconta’ ciò che proviamo o sentiamo realmente.

Uno dei segnali più importanti presenti sul nostro volto è il sorriso: studi americani hanno dimostrato che un buon sorriso è in grado creare un’empatia maggiore del 20% rispetto ad un atteggiamento sobrio (in questo caso è bene sottolineare la differenza tra un atteggiamento sobrio rispetto ad un atteggiamento negativo e serioso).

Il sorriso, però, spesso non è sincero: può essere utilizzato consapevolmente come maschera, per evitare di esprimere i propri reali sentimenti.. o analogamente può esserci richiesto da convenzioni sociali o da esigenze relazionali e di ‘quieto vivere’.. esso ha per tali ragioni perso la propria capacità comunicativa quale elemento cardine del linguaggio del corpo.
Un sorriso non è in grado di comunicarci realmente come l’altro si senta.. possiamo, quindi, considerarlo non tanto come una funzione biologica, quanto piuttosto come una capacità appresa nell’ ambito dei contesti sociale e culturale.

Se pensiamo allo sviluppo del neonato, infatti, sarà facile rendersi conto che esso utilizza il sorriso poiché vede i genitori e gli adulti intorno ad esso utilizzarlo, per iniziare a comunicare ed entrare in relazione con loro. Si tratta, quindi, di una reazione fisiologica, che diviene una vera e propria espressione con intenti di tipo comunicativo.

‘All’inizio del diciannovesimo secolo Guillaume Benjamin-Amand Duchenne studiò la muscolatura facciale dell’uomo conducendo esperimenti su persone paralizzate o su ghigliottinati. Individuò così due gruppi di muscoli responsabili del sorriso: il grande zigomatico e l’orbicolare dell’occhio. I primi collegano gli zigomi ai lati della bocca e contraendosi svolgono un trazione laterale su di essa facendo salire le guance e determinando l’esposizione dei denti, i secondi circondano l’occhio.
Lo studioso notò che i primi muscoli sono volontari mentre i secondi non possono essere controllati volontariamente. Successivi studi ulteriori hanno puntualizzato che in realtà solo una parte del muscolo orbicularis oculi è involontario e che una piccola percentuale di persone è comunque in grado di contrarlo volontariamente
Il sorriso denota sottomissione, comunica il messaggio: ”non sono una minaccia”. E nell’uomo in particolare comunica un invito ad accettarci a livello personale. Altra caratteristica del sorriso è che quando lo vediamo siamo chimicamente predisposti a ricambiarlo. Ruth Campbell docente all’università College London ritiene che questo sia dovuto ai neuroni specchio che determinano una reazione immediata di imitazione.

Una capacità del sorriso è quella di attivare le endorfine che alleviano lo stress, esercitano un effetto tranquillante e rafforzano le difese immunitarie. Quindi siamo attratti dai volti sorridenti che influenzano il sistema nervoso e nello stesso modo tendiamo a schivare i soggetti che hanno gli angoli della bocca rivolti verso il basso, tipici di chi è infelice o infuriato.’
Da Wikipedia.it

Il sorriso può, poi, assumere differenti significati a seconda del contesto culturale nel quale ci troviamo: se i giapponesi non si sorridono mai guardandosi in faccia (forse nel timore di comunicarsi direttamente uno stato d’animo), i melanesiani evitano accuratamente di sorridersi ed i cinesi sorridendo, esprimono quasi sempre imbarazzo. In Africa poi, si sorride e si ride anche per esprimere dolore e rassegnazione. Eppure c’é un tratto comune a tutti questi comportamenti culturali: infatti davanti ad un sorriso l’aggressività altrui scema quasi automaticamente.

a cura del comitato didattico dell’associazione
Antonio Luce, Mauro Balsamini, Ilenia Coratti